Qual è la differenza tra sunniti e sciiti? Guida alle parole chiave dell’islam

Sunniti e sciiti: due parole che compaiono ogni giorno nei titoli dei giornali, eppure restano spesso avvolte in un alone di confusione. La divisione tra questi due grandi rami dell'islam non è una questione di fede secondaria — affonda le radici nel VII secolo e continua a plasmare la geopolitica di intere regioni del mondo. Capire la differenza non è un esercizio accademico: è una chiave di lettura indispensabile per chiunque voglia orientarsi nel panorama internazionale contemporaneo.

Questa guida attraversa le parole chiave dell'islam che tornano più spesso nel dibattito pubblico — dalla umma alla sharia, dal califfato all'imam — spiegando cosa significano davvero e perché la distinzione tra sunniti e sciiti cambia profondamente il modo in cui queste parole vengono vissute e interpretate.

Un'unica fede, una frattura antica

Tutto inizia nel 632 d.C., alla morte del profeta Maometto. La comunità musulmana si trova davanti a una domanda urgente: chi deve guidarla? Un gruppo ritiene che la leadership debba passare a uno dei compagni del Profeta, scelto dalla comunità. Un altro gruppo sostiene invece che il successore legittimo sia Ali ibn Abi Talib, cugino e genero di Maometto, l'unico con un legame di sangue diretto. Da questa frattura nascono due tradizioni distinte. Chi segue la via della sunna — la raccolta delle parole e delle azioni del Profeta — si definisce sunnita. Chi riconosce l'autorità esclusiva di Ali e dei suoi discendenti prende il nome di sciita, da Shiat Ali, «il partito di Ali». La separazione si consolida in modo drammatico con la battaglia di Karbala nel 680 d.C., quando Hussein, figlio di Ali, viene ucciso con i suoi compagni in Iraq: un evento che per gli sciiti diventa un momento fondativo, commemorato ogni anno con il rito dell'Ashura.

Quanti sono e dove vivono

I sunniti rappresentano circa l'85-90% dei musulmani nel mondo, con una presenza dominante in Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Indonesia, Pakistan e in gran parte del Nord Africa. Gli sciiti sono la maggioranza assoluta in Iran — dove l'islam sciita è religione di Stato dal 1979 — e in Iraq, oltre a costituire comunità significative in Libano, Bahrain, Yemen e Azerbaijan. In Italia, la comunità musulmana è composta per la stragrande maggioranza da sunniti, provenienti principalmente da Marocco, Bangladesh, Pakistan ed Egitto, con una presenza sciita minoritaria legata soprattutto alla diaspora iraniana e irachena. Questa geografia non è neutra: spiega molte delle tensioni regionali che si leggono nei notiziari, dal conflitto in Yemen alla rivalità tra Arabia Saudita e Iran.

Le parole chiave dell'islam: un dizionario essenziale

Il dibattito pubblico sull'islam è spesso appesantito dall'uso impreciso di alcuni termini. Conoscerli significa leggere le notizie con occhi diversi.

Umma — La comunità dei credenti musulmani nel suo complesso, al di là delle frontiere nazionali. È un concetto di appartenenza collettiva che trascende etnia e cittadinanza.

Sharia — Letteralmente «la via». È il sistema di norme etiche e giuridiche derivate dal Corano e dalla sunna. Non è un codice penale fisso: la sua interpretazione varia enormemente tra scuole giuridiche, paesi e correnti — sunnite e sciite hanno approcci parzialmente diversi.

Imam — Qui la differenza tra sunniti e sciiti è netta. Per i sunniti, l'imam è semplicemente chi guida la preghiera in moschea, una figura religiosa senza autorità politica particolare. Per gli sciiti, l'Imam con la I maiuscola è qualcosa di radicalmente diverso: un discendente diretto di Ali dotato di autorità spirituale infallibile. La corrente sciita più diffusa, quella dei Dodici imam o Imamiti, crede che il dodicesimo imam sia ancora vivo ma «occultato», e tornerà alla fine dei tempi.

Califfato — Il sistema di governo islamico guidato da un califfo, successore del Profeta. I sunniti ne riconoscono storicamente quattro califfi «ben guidati» dopo Maometto — Abu Bakr, Omar, Uthman e Ali. Gli sciiti accettano solo Ali come successore legittimo. Il califfato ottomano si è estinto nel 1924; il suo utilizzo moderno da parte di gruppi come l'ISIS è considerato illegittimo dalla stragrande maggioranza dei teologi sia sunniti che sciiti.

Jihad — Significa «sforzo» o «lotta» ed è uno dei termini più fraintesi dell'intero vocabolario islamico. La tradizione teologica distingue tra il jihad maggiore — lo sforzo interiore per essere una persona migliore — e il jihad minore, la lotta armata in determinate circostanze, soggetta a precise regole etiche. La riduzione del termine alla sola accezione violenta è un'operazione distorsiva che non riflette il pensiero della grande maggioranza dei teologi musulmani.

Fatwa — Un parere giuridico-religioso emesso da un'autorità qualificata su una questione specifica. Non è necessariamente una condanna a morte: la stragrande maggioranza delle fatwa riguarda questioni ordinarie della vita quotidiana. Ha valore consultivo, non vincolante per l'intera comunità.

Una divisione che non è solo religiosa

Ridurre il conflitto sunnita-sciita a una disputa teologica sarebbe un errore. Le differenze dottrinali esistono — il ruolo dell'imam, il peso della tradizione, alcune pratiche rituali — ma molte delle tensioni contemporanee hanno radici politiche, economiche e coloniali altrettanto profonde. La rivalità tra Arabia Saudita e Iran, ad esempio, è al tempo stesso una competizione geopolitica per l'egemonia regionale e una contesa religiosa. Allo stesso modo, in Iraq, le divisioni settarie sono state esacerbate dalle scelte politiche successive al 2003. Molti studiosi sottolineano che, per secoli, sunniti e sciiti hanno convissuto in modo pacifico in numerose regioni del mondo, e che la polarizzazione attuale è in parte un fenomeno recente, alimentato da dinamiche di potere ben precise. La stessa maggioranza dei musulmani, in Italia e nel mondo, vive la propria fede al di là di queste contrapposizioni.

«La divisione sunnita-sciita non è mai stata, storicamente, così assoluta come viene presentata oggi. Per secoli si è trattato di una differenza all'interno di una tradizione comune, non di due religioni separate», osservano diversi storici dell'islam, tra cui Olivier Roy nel suo lavoro sulle trasformazioni dell'islam contemporaneo.

Domande frequenti

L'islam sciita e quello sunnita hanno testi sacri diversi?

No. Entrambe le tradizioni riconoscono il Corano come testo sacro fondamentale. La differenza sta nell'interpretazione e nel peso attribuito a diverse raccolte di hadith — i detti e le azioni del Profeta — nonché nel ruolo dell'autorità religiosa. Gli sciiti attribuiscono un'importanza maggiore alle parole di Ali e degli imam successivi come fonti interpretative.

I sunniti e gli sciiti pregano in modo diverso?

Le preghiere quotidiane sono sostanzialmente simili, ma esistono alcune differenze pratiche. Gli sciiti, ad esempio, tendono a unire alcune delle cinque preghiere quotidiane in tre momenti distinti, mentre i sunniti le distribuiscono in cinque momenti separati. Ci sono anche piccole variazioni nei gesti rituali e nelle posizioni durante la preghiera. Queste differenze non riguardano i fondamenti della fede, ma le pratiche codificate nel corso dei secoli dalle rispettive tradizioni giuridiche.

Tutti i conflitti in Medio Oriente sono riconducibili alla divisione sunnita-sciita?

No, e semplificare in questo senso può essere fuorviante. Molti conflitti nella regione hanno cause nazionaliste, economiche, coloniali e legate al controllo delle risorse naturali. La dimensione religiosa esiste, ma spesso viene strumentalizzata da attori politici per mobilitare consenso o giustificare interventi militari. Analisti e studiosi del Medio Oriente avvertono regolarmente del rischio di leggere tutta la geopolitica regionale attraverso una lente esclusivamente settaria.